venerdì 31 gennaio 2014

Il Rasoio di Occam

Estratto da Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Rasoio_di_Occam

Rasoio di Occam è il nome con cui viene contraddistinto un principio metodologico espresso nel XIV secolo dal filosofo e frate francescano inglese William of Ockham, noto in italiano come Guglielmo di Occam.Tale principio, ritenuto alla base del pensiero scientifico moderno, nella sua forma più immediata suggerisce l'inutilità di formulare più ipotesi di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno quando quelle iniziali siano sufficienti.
La metafora del rasoio concretizza l'idea che sia opportuno, dal punto di vista metodologico, eliminare con tagli di lama e mediante approssimazioni successive le ipotesi più complicate.
In questo senso il principio può essere formulato come segue: « A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire » (Guglielmo di Occam).
La formula, utilizzata spesso in ambito investigativo e – nel moderno gergo tecnico – di risoluzione di un problema, recita:

 « Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem. »
« Non moltiplicare gli elementi più del necessario. »

« Pluralitas non est ponenda sine necessitate. »
« Non considerare la pluralità se non è necessario. »

« Frustra fit per plura quod fieri potest per pauciora. »    
« È inutile fare con più ciò che si può fare con meno. »

In altri termini, non vi è motivo alcuno per complicare ciò che è semplice. All'interno di un ragionamento o di una dimostrazione vanno invece ricercate la semplicità e la sinteticità.
Ciò significa che – tra le varie spiegazioni possibili di un evento – bisogna accettare quella più "semplice", intesa non nel senso di quella più "ingenua" o di quella che spontaneamente affiora alla mente, ma quella cioè che appare ragionevolmente vera senza ricercare un'inutile complicazione aggiungendovi degli elementi causali ulteriori. Questo anche in base a un altro principio, elementare, di economia di pensiero: se si può spiegare un dato fenomeno senza supporre l'esistenza di un qualche ente, è corretto farlo, in quanto è ragionevole scegliere, tra varie soluzioni, la più semplice e plausibile.
Il rasoio logico evita la postulazione di entità inutili, implicitamente favorisce la partenza da principi dimostrati e quindi semplici, e con solide e semplici deduzioni fa in modo che si arrivi alla conclusione.

giovedì 30 gennaio 2014

Il primo passo

Siamo seduti di fronte ad una televisione che trasmette programmi che non ci interessano; siamo stesi sul letto e guardiamo nel vuoto cercando l'energia per reagire; siamo in piedi in autobus e ci scorre davanti agli occhi il paesaggio e su questo sfondo prendono forma i nostri pensieri.

Siamo nati venti, ventidue, trentacinque, quarantanove, cinquanta anni fa: non importa.
Abbiamo vissuto poco, un pochino o quasi niente.
Siamo andati a scuola, poi ancora a scuola e dopo ancora a scuola; siamo diventati grandi: forse un lavoro, forse una famiglia, forse una casa.

E siamo qui, seduti di fronte ad una televisione che trasmette programmi che non ci interessano; stesi sul letto guardando nel vuoto alla ricerca dell'energia per reagire; oppure in piedi, nell'autobus: ci scorre davanti agli occhi questo paesaggio, che non vediamo. Siamo distratti dai nostri pensieri: prodotti dalla mente ci scivolano davanti agli occhi, immagini semitrasparenti che hanno per sfondo la realtà.
Tutto quanto immagazzinato a scuola ci ha dato strumenti potenti per ragionare, per decidere, per capire. Ma inconsapevolmente ed in modo naturale siamo scivolati in un mondo artificiale. Il legame che la conoscenza ci ha creato con il passato ci ha reso e ci rende parte di esso.

Forse gli obiettivi che ci sono stati indicati fin dalla nascita non ci rendono felici, anche perchè nessuno si è mai preoccupato che ciò dovesse effettivamente avvenire; forse abbiamo seguito il percorso che ci è stato insegnato e abbiamo visto che la serenità è sempre domani; forse le nostre distrazioni non ci bastano più e vogliamo migliorare la qualità della nostra vita e abbiamo capito che il benessere che ci è stato venduto come scopo da raggiungere non corrisponde al nostro stare bene.

Senza premeditazione ci è stata data una misera libertà, una libertà nel contesto; senza premeditazione ci viene nascosta la vera libertà, la libertà di contesto. Nel poco tempo che abbiamo vissuto abbiamo assorbito, da bambini per osmosi e, crescendo, socialmente o scolasticamente, le regole e le "verità" che combaciano con il nostro ambiente, con il nostro contesto.
Bisogna capire che tutte le verità sono arbitrarie, scelte da altri, noti o oramai dimenticati; che i valori sono relativi; che le strutture sociali sono contingenti, nel tempo assoluto e/o nello spazio relativo; che ciò che ci dicono "giusto" in realtà non lo è, o se lo è, non se ne conoscono le fondamenta; quello che pensiamo solido in realtà è debole. Chi ci ha formato santificando il passato, ha piantato un picchetto e ci ha legati ad esso: questo picchetto è il nostro riferimento ma contemporaneamente ci trattiene dall'andare verso il futuro liberamente. Su di noi, tabula rasa, sono stati impiantati, da una parte, gli strumenti per capire, dall'altra, i limiti in cui usare questi strumenti: hanno - giustamente - usato il passato per prepararci al futuro; così facendo però hanno - ingiustamente - vincolato il futuro a ciò che è passato.

Forse è giunto il momento di fare il primo passo.





Il lato oscuro della coppia

È importante capire se, una volta costituita, la coppia è il fine di una vita non individuale o se è il mezzo funzionale al benessere dei suoi componenti.
Se la coppia è il fine, allora è giusto sacrificare la propria persona e, anche, la propria felicità per tenere unita la coppia. È chiaro che dare un valore così preponderante alla coppia - per l'esistenza della quale il singolo potrebbe arrivare a sacrificarsi ed immolarsi - ha "senso" solo se alla sua base c'è un sacramento (nel rituale della chiesa cattolica gli sposi promettono di essere fedeli sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarsi e onorarsi tutti i giorni della propria vita).
Questa promessa sigilla una coppia (unione) indissolubile che pone l'individuo al suo servizio: la coppia diviene quasi un nuovo essere, un essere superiore, che deve essere alimentato - se necessario - dal sangue di coloro che l'hanno creato, in un vortice distruttivo in cui, nei casi estremi, per salvare la coppia se ne uccidono i componenti ottenendo la fine della coppia stessa, in un diabolico meccanismo catabolico alimentato dalla vera fede.

Anche chi non è credente, condizionato pesantemente e spesso inconsapevolmente, dalla cultura cattolica, finisce, pur in assenza di un sacramento come il matrimonio, per dare vita a un mostro ed ad alimentarlo con la propria carne. Le persone che frequentiamo, drogate dal contesto malato in cui viviamo e spesso succubi dello stesso mostro, non faranno che inneggiare al sacrificio, spesso in nome del ricordo di un passato felice senza considerare un futuro incerto.

Ma se la prospettiva cambia e la coppia è funzionale al benessere degli individui che la compongono, ecco che il mostro, con la coda tra le gambe e le orecchie basse, diviene umile servitore delle persone. Corollario di questo approccio è un'accoglienza serena della fine di una coppia  per sopraggiunti mutamenti dei soggetti che la compongono, senza trasformare in tragedia ciò che è un semplice cambiamento, certamente verso il meglio, nell'ottica che è meglio stare bene oggi che essere stati bene ieri.

Pensiamo  sempre al futuro tranne quando dobbiamo tenere insieme ciò che è finito: in questo caso l'estremo collante diviene, miracolosamente, ciò che è stato.