Scrivo, come sempre, una mia riflessione personale.
Ognuno sarà libero di verificare se la stessa sia valida anche per la propria persona o potrà adattarla al proprio modo di sentire e di vivere.
Per la mia esperienza personale esistono tre tipi di cibo:
- il cibo da ordinare
- il cibo da mettere in bocca e gustare
- il cibo da mangiare
Il cibo da ordinare è quella pietanza che si desidera ordinare ma che in realtà non si vuole mangiare: è un cibo che ci soddisfa pienamente già nel momento dell'ordine. Anzi: mangiare il cibo da ordinare è deleterio per il valore mental - nutritivo del cibo stesso. Il valore e il sapore del cibo da ordinare viene inevitabilmente rovinato nel momento in cui lo stesso viene mangiato. Il cibo da ordinare, in sostanza, è più buono come idea che come alimento. E' il cibo idealizzato che ha la sua massima espressione nella mente - lì ha tutto il suo gusto. Nella realtà il cibo da ordinare non avrà mai il gusto che ci aspettiamo. Il cibo da ordinare va solo ordinato e saremo già soddisfatti.
Non credo esistano ristoranti che offrano la possibilità di specificare al momento dell'ordine che il cibo è solo da ordinare. Il cibo da ordinare infatti non dovrebbe esserci portato. E se ci viene portato, allora non deve essere mangiato. Una valida alternativa è quella di ordinarlo assieme ad un amico che lo ritenga invece cibo da mangiare. Io lo oridino e lo guardo, l'amico lo mangia e lo paga.
Per me tipico cibo da ordinare è la frittura di calamari.
Il cibo da mettere in bocca e gustare è quella pietanza che non ci basta ordinare, ma che ci soddisfa pienamente nel momento in cui lo mettiamo in bocca. Mentre il gusto del cibo da ordinare è precedente e superiore se non viene inserito in bocca, il cibo da mettere in bocca e gustare non possiede una idea preesistente così definita, chiara e puntuale da permetterci di non gustarlo: il cibo da mettere in bocca e gustare deve essere messo in bocca e gustato ma, attenzione, non degluttito.
Degluttire infatti il cibo da mettere in bocca e gustare è un modo per rovinare il valore e il piacere del cibo stesso. Questo cibo andrebbe messo in bocca, gustato e sputato, un po' come fanno i sommelier quando gustano il vino.
Per me tiptico cibo da mettere in bocca e gustare è la cioccolata.
Il cibo da mangiare è quel cibo (per fortuna la maggior parte) che ha il diritto di essere inserito nel ciclo completo della nostra alimentazione. E' il cibo del cui gusto abbiamo un'idea che viene sempre confermata nel momento della masticazione e che ha un valore alimentare per cui sarebbe sbagliato non degluttirlo: è il cibo che ci da le energie e i buoni nutrienti, il cibo che ci permette di vivere, di crescere, di stare bene.
E' insomma il cibo con la C maiuscola, che dovremmo essere felici di avere tutti i giorni sulla nostra tavola.
E' il cibo che sono contento di mangire, che mi gusto e che mi fa stare bene.
Come detto quasi tutto il cibo appartiene a questa categoria: per me tipico cibo da mangiare sono le minestre di verdure o di legumi.
Buon appetito!
domenica 1 giugno 2014
Vademecum vitae
Ci sono difficoltà che ogni essere umano deve inevitabilmente affrontare nel corso della propria vita. Alcune delle situazioni che si presenteranno sono certe già dal momento della nascita: le hanno dovute affrontare i nostri genitori e prima ancora i genitori dei nostri genitori e le dovranno affrontare i nostri figli e dopo ancora i figli dei nostri figli. Credo che possa essere una buona idea predisporre un "vademecum vitae", che contenga un elenco di tutti questi possibili accadimenti. A fianco ad ogni voce della lista dovrebbe esservi un quadratino, affinchè sia possibile spuntare l'accadimento una volta avvenuto. Fino ad oggi nessuno di noi è stato mai informato di queste situazioni; nessuno di noi ha mai ricevuto questo elenco con indicate in modo chiaro e univoco le difficoltà comuni che dovremo affrontare. Il vantaggio di questo vademecum è evidente: fino dalla tenera età conosceremo le prove che la vita ci farà affrontare. Non tutte, ovviamente, ma quelle che sono capitate a quasi tutti o a tutti e quindi, con altissima probabilità o con assoluta certezza, capiteranno anche a noi. I nostri figli saranno a conoscenza da subito dell'elenco delle difficoltà della vita: questo permetterà loro di considerarle non come "incidenti" ma come caratteristiche fisiologiche al processo dell'esistenza, in quanto comuni, ripetibili e certe. Ogni civiltà ogni popolo avrà il suo elenco, che sarà caratteristico in relazione alle consuetudini di vita del popolo stesso. L’elenco che propongo - un elenco aperto: ogni suggerimento sarà benvenuto - è il seguente (in ordine di più o meno casuale):
- la morte dei propri genitori
- la morte di noi stessi
- l'essere lasciati dalla propria ragazza
- un conflitto nell'ambiente di lavoro
- momenti di tensione con i propri genitori
- un conflitto con i propri figli
- un progetto non andato a buon fine
- l'aver subito un inganno
- una incomprensione con gli amici
- un incidente in auto
-....
- la morte dei propri genitori
- la morte di noi stessi
- l'essere lasciati dalla propria ragazza
- un conflitto nell'ambiente di lavoro
- momenti di tensione con i propri genitori
- un conflitto con i propri figli
- un progetto non andato a buon fine
- l'aver subito un inganno
- una incomprensione con gli amici
- un incidente in auto
-....
mercoledì 30 aprile 2014
Il nostro futuro: un’ipotesi fantascientifica 2. Anticipazioni.
In un articolo di un giornale del 2059 si parla degli effetti dell’aumento della conoscenza da parte dei cittadini con il conseguente miglioramento delle tecnologie robotiche che ha permesso la quasi totale sostituzione degli esseri umani con le macchine. Questa rivoluzione, che avrebbe creato la distruzione del tessuto sociale nel mondo pre-rivoluzione culturale - in cui l’accumulo del denaro era il motore della vita delle persone - nel nuovo mondo ha segnato un ulteriore passo avanti nella storia dell’umanità, disancorando le persone dal lavoro e permettendo alle stesse di sviluppare le proprie potenzialità, permettendo loro di esprimersi e all’umanità di migliorare.
Il nostro futuro: un’ipotesi fantascientifica
Per creare il futuro bisogna staccarsi dal presente; l’evoluzione è garantita e facile, ma lenta.
Vogliamo disegnare uno scenario futuro diverso, fantascientifico – ma non troppo. Allora chiediamo aiuto alla ri-evoluzione, la nostra rivoluzione evolutiva. Un passo avanti, quindi, rivoluzionario.
Stralci di articoli di giornali del futuro.
30 aprile 2047: La legge “part time” dopo due anni di applicazione
Dopo due anni dalla applicazione della normativa europea che ha vietato il lavoro full time, creando l’obbligo per le aziende di assumere esclusivamente i lavoratori con contratto a tempo parziale, è stato fatto un primo bilancio per analizzare gli effetti di questa norma che era stata da molti criticata e da tutti definita come rivoluzionaria.
Fino dal primo mese di applicazione la disoccupazione era calata del 95%, eliminando di fatto il problema della ricerca del posto di lavoro e creando nei cittadini un diffuso ottimismo nei confronti del futuro, con ripercussioni positive inaspettate sulla vendita delle merci, sul mercato immobiliare e sull’aumento delle nascite. L’aumento - come era stato criticamente definito – “artificiale” dei posti di lavoro e la conseguente maggiore disponibilità di scelta, ha permesso alle persone di scegliere il lavoro in base alle proprie attitudini, desideri e capacità. L’avere persone più motivate ha in modo inaspettato aumentato il rendimento dei lavoratori stessi e quindi è incrementata di fatto la produttività del personale e di conseguenza delle aziende. Il minor stress lavorativo ha portato inoltre ad una drastica diminuzione degli infortuni sul lavoro e delle richieste di malattia. Le aziende, quindi, hanno beneficiato oltre che della maggior produttività, anche della minor fragilità dei lavoratori a vantaggio inoltre del sistema sanitario nazionale. La legge “part time” inoltre ha permesso di eliminare le gravi conseguenze sociali legate alla eliminazione dell’istituto della pensione, avvenuto come tutti sanno con il decreto legislativo del 23 febbraio 2045. L’eliminazione della pensione, con l’obbligo per tutti di lavorare, compatibilmente con le proprie condizioni di salute, fino alla totale inabilità a svolgere qualsiasi mansione, aveva infatti sottratto preziose risorse al mondo del volontariato e dell’assistenza famigliare. La normativa, battezzata subito “l’ammazza nonni”, aveva di fatto eliminato la figura del nonno nel ménage famigliare, creando gravissimo disagio per numerose famiglie. La recente normativa non solo ha eliminato il problema, ma ha anche permesso ai genitori di recuperare quel ruolo primario nel processo educativo dei figli che oramai da tempo era stato abbandonato. Ricordiamo inoltre che una corrente della sociologia aveva sottolineato come i bambini cresciuti in parte dai nonni e in parte dalle strutture pubbliche (scuola primaria e secondaria) portassero con sé la contraddizione di uno stimolo al futuro (scuola) e di uno legame con il passato (nonni) che se da una parte era garanzia di continuità, dall’altra era freno per una totale modernità nella mente degli ora bambini e futuri adulti.
La legge “Part Time” ha quindi rimesso al centro della crescita dei figli i genitori, anche grazie ai corsi a basso costo organizzati sul territorio dal Governo nazionale e sostenuti dal Governo Europeo.
Questi corsi, che trattano di diversi argomenti a scelta da parte del cittadino e che si svolgono nei presìdi culturali nazionali, hanno permesso di sviluppare, tra le altre, le tematiche delle nuove metodologie di gioco educativo, orami capisaldi della educazione infantile dei paesi riferimento (Cina e Stati Uniti), portando di fatto ad un innalzamento delle capacità dei bambini e quindi ad un migliore rendimento scolastico. Anche a causa di questo è in corso in questi giorni un Meeting Europeo, sulla riforma scolastica, per accorpare i programmi e permettere la conclusione dell’iter scolastico con la laurea all’età di 18 anni. Sempre conseguenza della legge sul lavoro a tempo parziale è stata la nascita dei succitati corsi di incremento culturale, resi obbligatori per due volte a settimana su argomenti a scelta ma con l’obbligo di modificare gli argomenti ogni anno. Questi corsi stanno aumentando la ricchezza culturale del tessuto sociale, creando maggiore coscienza critica nelle persone, più strumenti per ragionare, maggiori innovazioni, maggiore consapevolezza di se stessi e la riduzione quasi a zero della criminalità che fonda le proprie radici nella povertà materiale e culturale. Lo spostamento di ottica dalla centralità del lavoro alla centralità della formazione della persona è stata una sfida importante ma che il quadro sopra descritto delinea come una sfida vinta e che sarà ricordata nella storia come la prima rivoluzione culturale del secolo, secolo in cui la centralità della conoscenza ha soppiantato la centralità del denaro, in cui il miglioramento della propria condizione ha iniziato a riferirsi alla propria cultura e non alla propria ricchezza: un secolo che pone le basi per la prospettata eliminazione del denaro come merce di scambio con il miglioramento di sé stessi come contropartita delle proprie azioni e del proprio lavoro.
Vogliamo disegnare uno scenario futuro diverso, fantascientifico – ma non troppo. Allora chiediamo aiuto alla ri-evoluzione, la nostra rivoluzione evolutiva. Un passo avanti, quindi, rivoluzionario.
Stralci di articoli di giornali del futuro.
30 aprile 2047: La legge “part time” dopo due anni di applicazione
Dopo due anni dalla applicazione della normativa europea che ha vietato il lavoro full time, creando l’obbligo per le aziende di assumere esclusivamente i lavoratori con contratto a tempo parziale, è stato fatto un primo bilancio per analizzare gli effetti di questa norma che era stata da molti criticata e da tutti definita come rivoluzionaria.
Fino dal primo mese di applicazione la disoccupazione era calata del 95%, eliminando di fatto il problema della ricerca del posto di lavoro e creando nei cittadini un diffuso ottimismo nei confronti del futuro, con ripercussioni positive inaspettate sulla vendita delle merci, sul mercato immobiliare e sull’aumento delle nascite. L’aumento - come era stato criticamente definito – “artificiale” dei posti di lavoro e la conseguente maggiore disponibilità di scelta, ha permesso alle persone di scegliere il lavoro in base alle proprie attitudini, desideri e capacità. L’avere persone più motivate ha in modo inaspettato aumentato il rendimento dei lavoratori stessi e quindi è incrementata di fatto la produttività del personale e di conseguenza delle aziende. Il minor stress lavorativo ha portato inoltre ad una drastica diminuzione degli infortuni sul lavoro e delle richieste di malattia. Le aziende, quindi, hanno beneficiato oltre che della maggior produttività, anche della minor fragilità dei lavoratori a vantaggio inoltre del sistema sanitario nazionale. La legge “part time” inoltre ha permesso di eliminare le gravi conseguenze sociali legate alla eliminazione dell’istituto della pensione, avvenuto come tutti sanno con il decreto legislativo del 23 febbraio 2045. L’eliminazione della pensione, con l’obbligo per tutti di lavorare, compatibilmente con le proprie condizioni di salute, fino alla totale inabilità a svolgere qualsiasi mansione, aveva infatti sottratto preziose risorse al mondo del volontariato e dell’assistenza famigliare. La normativa, battezzata subito “l’ammazza nonni”, aveva di fatto eliminato la figura del nonno nel ménage famigliare, creando gravissimo disagio per numerose famiglie. La recente normativa non solo ha eliminato il problema, ma ha anche permesso ai genitori di recuperare quel ruolo primario nel processo educativo dei figli che oramai da tempo era stato abbandonato. Ricordiamo inoltre che una corrente della sociologia aveva sottolineato come i bambini cresciuti in parte dai nonni e in parte dalle strutture pubbliche (scuola primaria e secondaria) portassero con sé la contraddizione di uno stimolo al futuro (scuola) e di uno legame con il passato (nonni) che se da una parte era garanzia di continuità, dall’altra era freno per una totale modernità nella mente degli ora bambini e futuri adulti.
La legge “Part Time” ha quindi rimesso al centro della crescita dei figli i genitori, anche grazie ai corsi a basso costo organizzati sul territorio dal Governo nazionale e sostenuti dal Governo Europeo.
Questi corsi, che trattano di diversi argomenti a scelta da parte del cittadino e che si svolgono nei presìdi culturali nazionali, hanno permesso di sviluppare, tra le altre, le tematiche delle nuove metodologie di gioco educativo, orami capisaldi della educazione infantile dei paesi riferimento (Cina e Stati Uniti), portando di fatto ad un innalzamento delle capacità dei bambini e quindi ad un migliore rendimento scolastico. Anche a causa di questo è in corso in questi giorni un Meeting Europeo, sulla riforma scolastica, per accorpare i programmi e permettere la conclusione dell’iter scolastico con la laurea all’età di 18 anni. Sempre conseguenza della legge sul lavoro a tempo parziale è stata la nascita dei succitati corsi di incremento culturale, resi obbligatori per due volte a settimana su argomenti a scelta ma con l’obbligo di modificare gli argomenti ogni anno. Questi corsi stanno aumentando la ricchezza culturale del tessuto sociale, creando maggiore coscienza critica nelle persone, più strumenti per ragionare, maggiori innovazioni, maggiore consapevolezza di se stessi e la riduzione quasi a zero della criminalità che fonda le proprie radici nella povertà materiale e culturale. Lo spostamento di ottica dalla centralità del lavoro alla centralità della formazione della persona è stata una sfida importante ma che il quadro sopra descritto delinea come una sfida vinta e che sarà ricordata nella storia come la prima rivoluzione culturale del secolo, secolo in cui la centralità della conoscenza ha soppiantato la centralità del denaro, in cui il miglioramento della propria condizione ha iniziato a riferirsi alla propria cultura e non alla propria ricchezza: un secolo che pone le basi per la prospettata eliminazione del denaro come merce di scambio con il miglioramento di sé stessi come contropartita delle proprie azioni e del proprio lavoro.
sabato 5 aprile 2014
La scultura della vita
Il segreto della vita è come una scultura che deve essere ancora scolpita, nascosta dentro al tronco che modellerà lo scultore. Lo scultore siamo noi e, in base alle nostre esperienze e alla nostra sensibilità personale, lavoreremo quel pezzo di legno. Ma la differenza non è creata solo dallo scultore, ma anche dagli strumenti che lo stesso utilizza. Se gli strumenti sono comuni a tutti gli scultori, allora anche le sculture avranno una uniformità comune. Ma se lo scultore costruisce i suoi scalpelli, allora la scultura avrà inevitabilmente una maggiore somiglianza al pensiero e all'idea dello scultore.
Nell'indagare i fatti della vita dobbiamo prenderci il tempo di costruire gli strumenti: utilizzando gli strumenti che ci sono dati (i concetti senza fondamento di anima, eternità, aldilà, dio ecc), modelleremo sempre un pensiero legato a quello di altri. Buttiamo via questi arnesi ormai vecchi e arrugginiti e proviamo a costruire i nostri scalpelli: dobbiamo partire dalla nostra esperienza, da ciò che vediamo. Non si pensi che sia un modo di procedere semplicistico e rozzo: è esattamente quello utilizzato da sempre dai pensatori. La consapevolezza moderna, potenziata dalle scoperte scientifiche, però, i pensatori del passato non potevano averla.
Il pensiero moderno deve essere nuovo e rivoluzionario, per dare un senso anche metafisico alle conquiste dell'umanità: non c'è modernità se non c'è rivoluzione.
Nell'indagare i fatti della vita dobbiamo prenderci il tempo di costruire gli strumenti: utilizzando gli strumenti che ci sono dati (i concetti senza fondamento di anima, eternità, aldilà, dio ecc), modelleremo sempre un pensiero legato a quello di altri. Buttiamo via questi arnesi ormai vecchi e arrugginiti e proviamo a costruire i nostri scalpelli: dobbiamo partire dalla nostra esperienza, da ciò che vediamo. Non si pensi che sia un modo di procedere semplicistico e rozzo: è esattamente quello utilizzato da sempre dai pensatori. La consapevolezza moderna, potenziata dalle scoperte scientifiche, però, i pensatori del passato non potevano averla.
Il pensiero moderno deve essere nuovo e rivoluzionario, per dare un senso anche metafisico alle conquiste dell'umanità: non c'è modernità se non c'è rivoluzione.
Dialogo tra due amici: chi siamo?
Sono partito dalla considerazione che alcune regole e consuetudini che ci vengono date come Verità o Valori assoluti, in realtà sono totalmente arbitrarie, né assolute né tantomeno verità. Insomma sono regole sociali, quindi relative nel tempo (non sono valide da sempre né per sempre) e nello spazio (anche se oggi sono valide qui, oggi non sono valide da un'altra parte del mondo). Se tali verità facilitassero il vivere delle persone non ci sarebbe alcun problema. Il fatto è però che tali "verità" rendono la vita più difficile perché di fatto sono INNATURALI (prodotto da stratificazioni storiche di consuetudini, prassi, credenze). Nota bene che le consuetudini e la storia entrano in noi attraverso la conoscenza, quindi solo (sottolineo solo) dal momento della nascita. La storia non è dentro di noi in senso fisico (cioè il nostro passato culturale non è come il nostro passato fisico, se non nella misura in cui ha creato modificazioni concrete. Esempio darwiniano: se per trovare il cibo fossero favoriti quelli più alti di statura, ci sarebbe una selezione verso l'alto delle persone. Ma se per 1000 anni una popolazione viene indottrinata sull'esistenza di dio, i figli di questa popolazione non avrebbero questa idea dentro, non vi sarebbe quindi una modifica darwiniana. Il soggetto diviene "credente di dio" ESCLUSIVAMENTE dal momento della nascita. Non importa che la popolazione del soggetto abbia 1000 anni di storia di parenti che credono in dio o che abbia solo la madre che lo educa che creda in dio. Il risultato non cambia. Corollario è che per assurdo, se potessi prendere un bambino del V sec avanti cristo e portarlo qui oggi, sarebbe fisicamente un bambino del V sec avanti cristo, ma culturalmente un bambino di oggi. Quindi: diventiamo persone di oggi (culturalmente) nel momento della nascita. La nostra storia inizia lì. Per noi europei la più grande fabbrica di falso valori è la chiesa!
Insomma ho iniziato a percepire un contrasto tra ciò che sono e ciò che le fabbriche di valori dicono che dobbiamo essere. Questi valori innaturali ci creano una scarsa chiarezza, una errata comprensione della realtà: come se avessimo degli occhiali che ci annebbiano la vista e che quindi ci fanno stare male. Parlando con Matteo (che condivide) è saltato fuori un nome: Matrix! Io il film non l'ho mai visto ma mi ha dato uno spunto fantastico! Leggi la trama in internet e pensa ad una Matrix "sociale": grandissima questa frase: « Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L'avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità. »
Invece, benché fai considerazioni ampie che nel complesso condivido, non sono d'accordo sulle conclusioni. Se ci pensi i 10 comandamenti non sono altro che un complesso di regole fondamentali per LA CIVILE CONVIVENZA quando le leggi e l'ONU non esistevano. Tutte le grandi religioni riprendono gli stessi concetti. Insomma qualcuno (Gesù, Maometto & soci) illuminato ha fornito regole generali di condivisione sociale e per farle rispettare ha introdotto un Giudice Supremo che fornisce il premio finale (paradiso) o punizione (inferno). E quindi oggi a cosa serve la chiesa con tutte le sue sovrastrutture? Non lo so, ma per molti è l'unica consolazione al terrore di annichilimento insito nella morte
In realtà le tue conclusioni mi sembrano viziate da una visione troppo individualistica: nel senso che come riconosci ogni individuo è anche frutto dell'evoluzione della società nel bene e nel male. Nel bene perché senza questo ci prenderemmo ancora a colpi di clava per la supremazia l'uno sull'altro. Nel male per costrizioni sociali che che come individui non condividiamo. Eppure la società si evolve e si apre: l'eutanasia o i diritti ai gay un tempo erano inconcepibili...
Ecco i 10 comandamenti:
Io sono il Signore Dio Tuo:Non avrai altro Dio fuori di me (INUTILE)
Non nominare il nome di Dio invano (INUTILE)
Ricordati di santificare le feste (INUTILE)
Onora il Padre e la Madre (ovvio)
Non uccidere (ovvio)
Non commettere atti impuri (tutto da capire quali sarebbero...)
Non rubare (ovvio)
Non dire falsa testimonianza
Non desiderare la donna d'altri (perché no?)
Non desiderare la roba d'altri (=non rubare)
I ogni caso non mi sembra che prima dei dieci comandamenti ci fosse il far west e tutti uccidevano le madri, rubassero ecc. Tutte le civiltá precedenti (quella ellenica in primis) erano già avanti. A proposito della morte: la civiltà ellenica e romana non si preoccupava di cosa ci fosse dopo la morte. L'opinione più diffusa era che la sopravvivenza dell'anima fosse una favola. Nessuna dottrina insegnava che nella morte ci fosse qualcosa oltre il cadavere. Vedi: Anche il chiederci cosa c'è dopo non è assoluto. Non è sempre stato così (né lo sarà). Comunque sia ben chiaro che non voglio convincerti del mio pensiero. Voglio solo dire che ognuno di noi è legittimato ad elaborarne uno proprio, con alla base certamente dei valori universali e condivisi (che non sono certo quelli della chiesa...)
Credo di aver capito ciò che intendi e penso sia giusto avere un'opinione personale di quello che ci circonda, che a volte è mascherato di ipocrisia e ostentazione.
Qualunque manifestazione dell'uomo evidenzia la relatività dei valori.
Guarda il lavoro, che ci viene venduto come valore assoluto...ma non si parla della qualità del lavoro, del lavoro che assecondi le attitudini delle persone, del tempo che il lavoro sottrae alla crescita personale, che obbliga spesso a relegare ai ritagli di tempo gli affetti, le passioni. Pensa ad una società in cui sia vietato il lavoro full time, in cui le persone possano stare con i propri figli, o fare corsi di lingua o teatro o fare volontariato, o studiare per aumentare la propria cultura personale e migliorare se stessi. Il miglioramento di sé stessi, dei singoli individui, non può che portare al miglioramento dell'umanità: il miglioramento del singolo comporta il miglioramento dell'insieme. Questo è un, chiamiamolo, super valore. Altro che il lavoro. Il lavoro serve a chi ci governa in primis. La frase "il lavoro nobilita l'uomo" appartiene a quelle frasi che chiamo sudditivizzanti, che ti rendono suddito (un'altra, vedi un po' tu da dove deriva...) è "gli ultimi saranno i primi". Certo! E avanti a...novanta gradi!
Insomma ho iniziato a percepire un contrasto tra ciò che sono e ciò che le fabbriche di valori dicono che dobbiamo essere. Questi valori innaturali ci creano una scarsa chiarezza, una errata comprensione della realtà: come se avessimo degli occhiali che ci annebbiano la vista e che quindi ci fanno stare male. Parlando con Matteo (che condivide) è saltato fuori un nome: Matrix! Io il film non l'ho mai visto ma mi ha dato uno spunto fantastico! Leggi la trama in internet e pensa ad una Matrix "sociale": grandissima questa frase: « Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L'avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità. »
Invece, benché fai considerazioni ampie che nel complesso condivido, non sono d'accordo sulle conclusioni. Se ci pensi i 10 comandamenti non sono altro che un complesso di regole fondamentali per LA CIVILE CONVIVENZA quando le leggi e l'ONU non esistevano. Tutte le grandi religioni riprendono gli stessi concetti. Insomma qualcuno (Gesù, Maometto & soci) illuminato ha fornito regole generali di condivisione sociale e per farle rispettare ha introdotto un Giudice Supremo che fornisce il premio finale (paradiso) o punizione (inferno). E quindi oggi a cosa serve la chiesa con tutte le sue sovrastrutture? Non lo so, ma per molti è l'unica consolazione al terrore di annichilimento insito nella morte
In realtà le tue conclusioni mi sembrano viziate da una visione troppo individualistica: nel senso che come riconosci ogni individuo è anche frutto dell'evoluzione della società nel bene e nel male. Nel bene perché senza questo ci prenderemmo ancora a colpi di clava per la supremazia l'uno sull'altro. Nel male per costrizioni sociali che che come individui non condividiamo. Eppure la società si evolve e si apre: l'eutanasia o i diritti ai gay un tempo erano inconcepibili...
Ecco i 10 comandamenti:
Io sono il Signore Dio Tuo:Non avrai altro Dio fuori di me (INUTILE)
Non nominare il nome di Dio invano (INUTILE)
Ricordati di santificare le feste (INUTILE)
Onora il Padre e la Madre (ovvio)
Non uccidere (ovvio)
Non commettere atti impuri (tutto da capire quali sarebbero...)
Non rubare (ovvio)
Non dire falsa testimonianza
Non desiderare la donna d'altri (perché no?)
Non desiderare la roba d'altri (=non rubare)
I ogni caso non mi sembra che prima dei dieci comandamenti ci fosse il far west e tutti uccidevano le madri, rubassero ecc. Tutte le civiltá precedenti (quella ellenica in primis) erano già avanti. A proposito della morte: la civiltà ellenica e romana non si preoccupava di cosa ci fosse dopo la morte. L'opinione più diffusa era che la sopravvivenza dell'anima fosse una favola. Nessuna dottrina insegnava che nella morte ci fosse qualcosa oltre il cadavere. Vedi: Anche il chiederci cosa c'è dopo non è assoluto. Non è sempre stato così (né lo sarà). Comunque sia ben chiaro che non voglio convincerti del mio pensiero. Voglio solo dire che ognuno di noi è legittimato ad elaborarne uno proprio, con alla base certamente dei valori universali e condivisi (che non sono certo quelli della chiesa...)
Credo di aver capito ciò che intendi e penso sia giusto avere un'opinione personale di quello che ci circonda, che a volte è mascherato di ipocrisia e ostentazione.
Qualunque manifestazione dell'uomo evidenzia la relatività dei valori.
Guarda il lavoro, che ci viene venduto come valore assoluto...ma non si parla della qualità del lavoro, del lavoro che assecondi le attitudini delle persone, del tempo che il lavoro sottrae alla crescita personale, che obbliga spesso a relegare ai ritagli di tempo gli affetti, le passioni. Pensa ad una società in cui sia vietato il lavoro full time, in cui le persone possano stare con i propri figli, o fare corsi di lingua o teatro o fare volontariato, o studiare per aumentare la propria cultura personale e migliorare se stessi. Il miglioramento di sé stessi, dei singoli individui, non può che portare al miglioramento dell'umanità: il miglioramento del singolo comporta il miglioramento dell'insieme. Questo è un, chiamiamolo, super valore. Altro che il lavoro. Il lavoro serve a chi ci governa in primis. La frase "il lavoro nobilita l'uomo" appartiene a quelle frasi che chiamo sudditivizzanti, che ti rendono suddito (un'altra, vedi un po' tu da dove deriva...) è "gli ultimi saranno i primi". Certo! E avanti a...novanta gradi!
Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?
"Dove andiamo" lo sapremo man mano, vivendo il nostro presente con attenzione e in modo critico; la riflessione sul futuro ci serva non per scoprire il futuro, ma per illuminare il presente; sia uno stimolo per migliorare ora.
"Da dove veniamo": con esattezza forse non lo sapremo mai: la storia è ricca di pagine mancanti o incomplete, ricostruzioni, ipotesi. La storia è poco chiara, anche quella più recente è incerta.
La storia sedimentata è garantita ma fuorviante, ci offre un'idea che non è però la verità.
La scienza già lo sa, veniamo dal big bang e finiremo arrostiti dal sole: l'espansione dell'Universo non lascia spazio per altre risposte.
Quindi per i singoli esseri umani è forse più utile chiedersi: da dove iniziamo? Dove finiamo?
La somma degli individui è l'umanità, ma l'umanità non è il singolo individuo.
L'umanità è un flusso continuo, è la media che divora le sfumature; il singolo individuo è la sfumatura, la sfumatura che se difficilmente lascerà il suo tratto distintivo nell'umanità, certamente per l'attore farà la differenza.
Quindi: da dove iniziamo? Dove finiamo?
Delineati con questa risposta i limiti di noi stessi, sarà facile rispondere alla domanda "chi siamo?".
Rispondendo alle prime due domande avemo un contenitore limitato, non un flusso; avremo una certezza, un limite temporale.
Più correttamente: dove inizio? Dove finisco?
Quindi: chi sono?
venerdì 28 febbraio 2014
Equilibrio?
La vita è una leggera mancanza di equilibrio, sufficiente per farci muovere senza farci cadere.
Le leggi della fisica e della matematica riescono a descrivere questo mondo, al 99%.
Ciò che non riescono a descrivere è questa "leggera mancanza".
Questa "leggera mancanza" può essere ciò che rimane del primo momento dell'universo?
Se così fosse, proprio lì dove le formule non funzionano più e le teorie si inceppano, in quel punto si è arrivati a sfiorare ciò che è rimasto del primo momento. Non sarà possibile andare oltre, perchè il libro che si desidera leggere è stato scritto con simboli diversi, sconosciuti, non conoscibili, non immaginabili.
Abbiamo osservato e abbiamo trovato regole che descrivono una realtà che è costituita dalle regole stesse.
Ed è proprio quando le regole smettono di funzionare, il segnale che siamo vicini all'origine.
I disequilibri totali si espandono verso l'equilibrio troppo in fretta; l'equilibrio è l'inizio e la fine, ma non è vita.
La "leggera mancanza" fa la differenza.
Le leggi della fisica e della matematica riescono a descrivere questo mondo, al 99%.
Ciò che non riescono a descrivere è questa "leggera mancanza".
Questa "leggera mancanza" può essere ciò che rimane del primo momento dell'universo?
Se così fosse, proprio lì dove le formule non funzionano più e le teorie si inceppano, in quel punto si è arrivati a sfiorare ciò che è rimasto del primo momento. Non sarà possibile andare oltre, perchè il libro che si desidera leggere è stato scritto con simboli diversi, sconosciuti, non conoscibili, non immaginabili.
Abbiamo osservato e abbiamo trovato regole che descrivono una realtà che è costituita dalle regole stesse.
Ed è proprio quando le regole smettono di funzionare, il segnale che siamo vicini all'origine.
I disequilibri totali si espandono verso l'equilibrio troppo in fretta; l'equilibrio è l'inizio e la fine, ma non è vita.
La "leggera mancanza" fa la differenza.
venerdì 31 gennaio 2014
Il Rasoio di Occam
Estratto da Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Rasoio_di_Occam
Rasoio di Occam è il nome con cui viene contraddistinto un principio metodologico espresso nel XIV secolo dal filosofo e frate francescano inglese William of Ockham, noto in italiano come Guglielmo di Occam.Tale principio, ritenuto alla base del pensiero scientifico moderno, nella sua forma più immediata suggerisce l'inutilità di formulare più ipotesi di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno quando quelle iniziali siano sufficienti.
La metafora del rasoio concretizza l'idea che sia opportuno, dal punto di vista metodologico, eliminare con tagli di lama e mediante approssimazioni successive le ipotesi più complicate.
In questo senso il principio può essere formulato come segue: « A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire » (Guglielmo di Occam).
La formula, utilizzata spesso in ambito investigativo e – nel moderno gergo tecnico – di risoluzione di un problema, recita:
« Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem. »
« Non moltiplicare gli elementi più del necessario. »
« Pluralitas non est ponenda sine necessitate. »
« Non considerare la pluralità se non è necessario. »
« Frustra fit per plura quod fieri potest per pauciora. »
« È inutile fare con più ciò che si può fare con meno. »
In altri termini, non vi è motivo alcuno per complicare ciò che è semplice. All'interno di un ragionamento o di una dimostrazione vanno invece ricercate la semplicità e la sinteticità.
Ciò significa che – tra le varie spiegazioni possibili di un evento – bisogna accettare quella più "semplice", intesa non nel senso di quella più "ingenua" o di quella che spontaneamente affiora alla mente, ma quella cioè che appare ragionevolmente vera senza ricercare un'inutile complicazione aggiungendovi degli elementi causali ulteriori. Questo anche in base a un altro principio, elementare, di economia di pensiero: se si può spiegare un dato fenomeno senza supporre l'esistenza di un qualche ente, è corretto farlo, in quanto è ragionevole scegliere, tra varie soluzioni, la più semplice e plausibile.
Il rasoio logico evita la postulazione di entità inutili, implicitamente favorisce la partenza da principi dimostrati e quindi semplici, e con solide e semplici deduzioni fa in modo che si arrivi alla conclusione.
Rasoio di Occam è il nome con cui viene contraddistinto un principio metodologico espresso nel XIV secolo dal filosofo e frate francescano inglese William of Ockham, noto in italiano come Guglielmo di Occam.Tale principio, ritenuto alla base del pensiero scientifico moderno, nella sua forma più immediata suggerisce l'inutilità di formulare più ipotesi di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno quando quelle iniziali siano sufficienti.
La metafora del rasoio concretizza l'idea che sia opportuno, dal punto di vista metodologico, eliminare con tagli di lama e mediante approssimazioni successive le ipotesi più complicate.
In questo senso il principio può essere formulato come segue: « A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire » (Guglielmo di Occam).
La formula, utilizzata spesso in ambito investigativo e – nel moderno gergo tecnico – di risoluzione di un problema, recita:
« Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem. »
« Non moltiplicare gli elementi più del necessario. »
« Pluralitas non est ponenda sine necessitate. »
« Non considerare la pluralità se non è necessario. »
« Frustra fit per plura quod fieri potest per pauciora. »
« È inutile fare con più ciò che si può fare con meno. »
In altri termini, non vi è motivo alcuno per complicare ciò che è semplice. All'interno di un ragionamento o di una dimostrazione vanno invece ricercate la semplicità e la sinteticità.
Ciò significa che – tra le varie spiegazioni possibili di un evento – bisogna accettare quella più "semplice", intesa non nel senso di quella più "ingenua" o di quella che spontaneamente affiora alla mente, ma quella cioè che appare ragionevolmente vera senza ricercare un'inutile complicazione aggiungendovi degli elementi causali ulteriori. Questo anche in base a un altro principio, elementare, di economia di pensiero: se si può spiegare un dato fenomeno senza supporre l'esistenza di un qualche ente, è corretto farlo, in quanto è ragionevole scegliere, tra varie soluzioni, la più semplice e plausibile.
Il rasoio logico evita la postulazione di entità inutili, implicitamente favorisce la partenza da principi dimostrati e quindi semplici, e con solide e semplici deduzioni fa in modo che si arrivi alla conclusione.
giovedì 30 gennaio 2014
Il primo passo
Siamo seduti di fronte ad una televisione che trasmette programmi che non ci interessano; siamo stesi sul letto e guardiamo nel vuoto cercando l'energia per reagire; siamo in piedi in autobus e ci scorre davanti agli occhi il paesaggio e su questo sfondo prendono forma i nostri pensieri.
Siamo nati venti, ventidue, trentacinque, quarantanove, cinquanta anni fa: non importa.
Abbiamo vissuto poco, un pochino o quasi niente.
Siamo andati a scuola, poi ancora a scuola e dopo ancora a scuola; siamo diventati grandi: forse un lavoro, forse una famiglia, forse una casa.
E siamo qui, seduti di fronte ad una televisione che trasmette programmi che non ci interessano; stesi sul letto guardando nel vuoto alla ricerca dell'energia per reagire; oppure in piedi, nell'autobus: ci scorre davanti agli occhi questo paesaggio, che non vediamo. Siamo distratti dai nostri pensieri: prodotti dalla mente ci scivolano davanti agli occhi, immagini semitrasparenti che hanno per sfondo la realtà.
Tutto quanto immagazzinato a scuola ci ha dato strumenti potenti per ragionare, per decidere, per capire. Ma inconsapevolmente ed in modo naturale siamo scivolati in un mondo artificiale. Il legame che la conoscenza ci ha creato con il passato ci ha reso e ci rende parte di esso.
Forse gli obiettivi che ci sono stati indicati fin dalla nascita non ci rendono felici, anche perchè nessuno si è mai preoccupato che ciò dovesse effettivamente avvenire; forse abbiamo seguito il percorso che ci è stato insegnato e abbiamo visto che la serenità è sempre domani; forse le nostre distrazioni non ci bastano più e vogliamo migliorare la qualità della nostra vita e abbiamo capito che il benessere che ci è stato venduto come scopo da raggiungere non corrisponde al nostro stare bene.
Senza premeditazione ci è stata data una misera libertà, una libertà nel contesto; senza premeditazione ci viene nascosta la vera libertà, la libertà di contesto. Nel poco tempo che abbiamo vissuto abbiamo assorbito, da bambini per osmosi e, crescendo, socialmente o scolasticamente, le regole e le "verità" che combaciano con il nostro ambiente, con il nostro contesto.
Bisogna capire che tutte le verità sono arbitrarie, scelte da altri, noti o oramai dimenticati; che i valori sono relativi; che le strutture sociali sono contingenti, nel tempo assoluto e/o nello spazio relativo; che ciò che ci dicono "giusto" in realtà non lo è, o se lo è, non se ne conoscono le fondamenta; quello che pensiamo solido in realtà è debole. Chi ci ha formato santificando il passato, ha piantato un picchetto e ci ha legati ad esso: questo picchetto è il nostro riferimento ma contemporaneamente ci trattiene dall'andare verso il futuro liberamente. Su di noi, tabula rasa, sono stati impiantati, da una parte, gli strumenti per capire, dall'altra, i limiti in cui usare questi strumenti: hanno - giustamente - usato il passato per prepararci al futuro; così facendo però hanno - ingiustamente - vincolato il futuro a ciò che è passato.
Forse è giunto il momento di fare il primo passo.
Siamo nati venti, ventidue, trentacinque, quarantanove, cinquanta anni fa: non importa.
Abbiamo vissuto poco, un pochino o quasi niente.
Siamo andati a scuola, poi ancora a scuola e dopo ancora a scuola; siamo diventati grandi: forse un lavoro, forse una famiglia, forse una casa.
E siamo qui, seduti di fronte ad una televisione che trasmette programmi che non ci interessano; stesi sul letto guardando nel vuoto alla ricerca dell'energia per reagire; oppure in piedi, nell'autobus: ci scorre davanti agli occhi questo paesaggio, che non vediamo. Siamo distratti dai nostri pensieri: prodotti dalla mente ci scivolano davanti agli occhi, immagini semitrasparenti che hanno per sfondo la realtà.
Tutto quanto immagazzinato a scuola ci ha dato strumenti potenti per ragionare, per decidere, per capire. Ma inconsapevolmente ed in modo naturale siamo scivolati in un mondo artificiale. Il legame che la conoscenza ci ha creato con il passato ci ha reso e ci rende parte di esso.
Forse gli obiettivi che ci sono stati indicati fin dalla nascita non ci rendono felici, anche perchè nessuno si è mai preoccupato che ciò dovesse effettivamente avvenire; forse abbiamo seguito il percorso che ci è stato insegnato e abbiamo visto che la serenità è sempre domani; forse le nostre distrazioni non ci bastano più e vogliamo migliorare la qualità della nostra vita e abbiamo capito che il benessere che ci è stato venduto come scopo da raggiungere non corrisponde al nostro stare bene.
Senza premeditazione ci è stata data una misera libertà, una libertà nel contesto; senza premeditazione ci viene nascosta la vera libertà, la libertà di contesto. Nel poco tempo che abbiamo vissuto abbiamo assorbito, da bambini per osmosi e, crescendo, socialmente o scolasticamente, le regole e le "verità" che combaciano con il nostro ambiente, con il nostro contesto.
Bisogna capire che tutte le verità sono arbitrarie, scelte da altri, noti o oramai dimenticati; che i valori sono relativi; che le strutture sociali sono contingenti, nel tempo assoluto e/o nello spazio relativo; che ciò che ci dicono "giusto" in realtà non lo è, o se lo è, non se ne conoscono le fondamenta; quello che pensiamo solido in realtà è debole. Chi ci ha formato santificando il passato, ha piantato un picchetto e ci ha legati ad esso: questo picchetto è il nostro riferimento ma contemporaneamente ci trattiene dall'andare verso il futuro liberamente. Su di noi, tabula rasa, sono stati impiantati, da una parte, gli strumenti per capire, dall'altra, i limiti in cui usare questi strumenti: hanno - giustamente - usato il passato per prepararci al futuro; così facendo però hanno - ingiustamente - vincolato il futuro a ciò che è passato.
Forse è giunto il momento di fare il primo passo.
Il lato oscuro della coppia
È
importante capire se, una volta costituita, la coppia è il fine di una
vita non individuale o se è il mezzo funzionale al benessere dei suoi
componenti.
Se la coppia è il fine, allora è giusto sacrificare la propria persona e, anche, la propria felicità per tenere unita la coppia. È chiaro che dare un valore così preponderante alla coppia - per l'esistenza della quale il singolo potrebbe arrivare a sacrificarsi ed immolarsi - ha "senso" solo se alla sua base c'è un sacramento (nel rituale della chiesa cattolica gli sposi promettono di essere fedeli sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarsi e onorarsi tutti i giorni della propria vita).
Questa promessa sigilla una coppia (unione) indissolubile che pone l'individuo al suo servizio: la coppia diviene quasi un nuovo essere, un essere superiore, che deve essere alimentato - se necessario - dal sangue di coloro che l'hanno creato, in un vortice distruttivo in cui, nei casi estremi, per salvare la coppia se ne uccidono i componenti ottenendo la fine della coppia stessa, in un diabolico meccanismo catabolico alimentato dalla vera fede.
Anche chi non è credente, condizionato pesantemente e spesso inconsapevolmente, dalla cultura cattolica, finisce, pur in assenza di un sacramento come il matrimonio, per dare vita a un mostro ed ad alimentarlo con la propria carne. Le persone che frequentiamo, drogate dal contesto malato in cui viviamo e spesso succubi dello stesso mostro, non faranno che inneggiare al sacrificio, spesso in nome del ricordo di un passato felice senza considerare un futuro incerto.
Ma se la prospettiva cambia e la coppia è funzionale al benessere degli individui che la compongono, ecco che il mostro, con la coda tra le gambe e le orecchie basse, diviene umile servitore delle persone. Corollario di questo approccio è un'accoglienza serena della fine di una coppia per sopraggiunti mutamenti dei soggetti che la compongono, senza trasformare in tragedia ciò che è un semplice cambiamento, certamente verso il meglio, nell'ottica che è meglio stare bene oggi che essere stati bene ieri.
Pensiamo sempre al futuro tranne quando dobbiamo tenere insieme ciò che è finito: in questo caso l'estremo collante diviene, miracolosamente, ciò che è stato.
Se la coppia è il fine, allora è giusto sacrificare la propria persona e, anche, la propria felicità per tenere unita la coppia. È chiaro che dare un valore così preponderante alla coppia - per l'esistenza della quale il singolo potrebbe arrivare a sacrificarsi ed immolarsi - ha "senso" solo se alla sua base c'è un sacramento (nel rituale della chiesa cattolica gli sposi promettono di essere fedeli sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarsi e onorarsi tutti i giorni della propria vita).
Questa promessa sigilla una coppia (unione) indissolubile che pone l'individuo al suo servizio: la coppia diviene quasi un nuovo essere, un essere superiore, che deve essere alimentato - se necessario - dal sangue di coloro che l'hanno creato, in un vortice distruttivo in cui, nei casi estremi, per salvare la coppia se ne uccidono i componenti ottenendo la fine della coppia stessa, in un diabolico meccanismo catabolico alimentato dalla vera fede.
Anche chi non è credente, condizionato pesantemente e spesso inconsapevolmente, dalla cultura cattolica, finisce, pur in assenza di un sacramento come il matrimonio, per dare vita a un mostro ed ad alimentarlo con la propria carne. Le persone che frequentiamo, drogate dal contesto malato in cui viviamo e spesso succubi dello stesso mostro, non faranno che inneggiare al sacrificio, spesso in nome del ricordo di un passato felice senza considerare un futuro incerto.
Ma se la prospettiva cambia e la coppia è funzionale al benessere degli individui che la compongono, ecco che il mostro, con la coda tra le gambe e le orecchie basse, diviene umile servitore delle persone. Corollario di questo approccio è un'accoglienza serena della fine di una coppia per sopraggiunti mutamenti dei soggetti che la compongono, senza trasformare in tragedia ciò che è un semplice cambiamento, certamente verso il meglio, nell'ottica che è meglio stare bene oggi che essere stati bene ieri.
Pensiamo sempre al futuro tranne quando dobbiamo tenere insieme ciò che è finito: in questo caso l'estremo collante diviene, miracolosamente, ciò che è stato.
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